UN NUOVO PUNTO DI VISTA
di Flavio Oreglio

È da tanto tempo che coltivo l’idea di “Musicomedians”, un’idea importante per chi, come me, calca da più di vent’anni il palcoscenico, proponendo da sempre teatro e musica, prosa e canzone, poesia e umorismo.

L’ "arte del raccontare", parlando e cantando, non la invento certo io, ma non l’hanno inventata nemmeno coloro che considero i miei maestri; è un genere che ha radici profonde, addirittura oserei quasi dire antiche, radici che meritano di essere riscoperte e analizzate sia per un mero scopo di ricerca storica, sia per approntarne una riproposizione attuale che tenga conto dei tempi mutati. Un restyling in sintonia con la “modernità”.

È importante constatare come questa tipologia di spettacolo sia da sempre una delle più gradite al pubblico e casomai può suscitare un certo interesse discutere i contenuti delle proposte dei diversi artisti che agiscono in questa ottica. Infatti, se c’è una cosa che ho imparato, sia come spettatore che come operatore di settore, è che lo spettacolo - quando non è la riproposizione dei classici, ma la libera espressione autorale di chi quello spettacolo propone - assume valore e spessore in relazione all’autore medesimo che si esprime tanto in scrittura quanto in esposizione. Lo spettacolo diventa lo specchio della persona che lo propone.

Questo tipo di approccio nasce in Italia nel secondo dopoguerra, con la nascita di locali (cabaret) che un po’ volutamente e un po’ per caso creano una situazione idonea e favorire l’espressione di grandi artisti che trovano in questi luoghi l’ambiente adatto per sperimentare le loro idee.

La stessa sensibilità artistica che ha rappresentato un’eccellenza di Milano e della Lombardia e ha prodotto capolavori di cultura popolare, oggi è più che mai viva e continua a generare interpreti che non trovano spazi e punti di approdo nel sistema mediatico e nello show business attuali.

La parola e la musica sono, oggi come allora, le strutture portanti del loro operare.

Il progetto “Musicomedians” è teso alla riscoperta del metodo e dello spirito che animava i cabaret delle origini (e che riproponeva a sua volta in chiave allora moderna – e non so dire quanto volutamente o inconsciamente - l’atmosfera che si respirava nei caffè d’inizio secolo) allo scopo di salvaguardarne la memoria e, nel medesimo tempo, riproporne e riaffermarne l’attualità. Il cabaret era un luogo (e non è, come il nostro abituale linguaggio sottintende, un “genere”) dove la canzone e il monologo convivevano pariteticamente sullo stesso palco secondo dinamiche, sia espressive che di ascolto, molto precise: un legame tra le due forme che ha contraddistinto un’epoca.

Il punto di partenza, come già detto, è e rimane, storicamente e culturalmente, Milano. (anche se le prime avvisaglie, che tali sono state perché dopo il la iniziale o si sono troncate oppure hanno cambiato rotta si sono verificate a Genova e Roma).

È a Milano che si è formata infatti la tendenza di riferimento negli anni ‘60 e ’70: mi riferisco a quella corrente di pensiero artistico che da un lato ruotava attorno all’esperienza del Derby (con Jannacci, I Gufi, Nanni Svampa, Lino Patruno, Roberto Brivio, Gianni Magni, Walter Valdi…) ma che da subito ha allargato i suoi confini con le esperienze di Dario Fo e Giorgio Gaber (quest’ultimo con Sandro Luporini artefice e inventore del termine “teatro – canzone”).

Il tutto avveniva pressoché contemporaneamente alla nascita del movimento cantautorale che con Tenco, Lauzi, De Andrè, Guccini e molti altri muoveva i suoi primi passi. A tutto ciò si aggiunga l’importanza che ha avuto per la canzone d’autore una città come Genova, così come non possiamo non ricordare il debito che abbiamo nei confronti della Francia (per l’opera di artisti eccelsi come Brassens e Brel) o degli USA (Bob Dylan, Lenny Bruce) ma è a Milano che il connubio tra i linguaggi si manifesta e diventa, in Italia, una vera e propria, non dichiarata, scuola di pensiero.

Parole e musica, parole in musica, la musica come sottolineatura delle parole, le parole che diventano canzoni… Il tentativo è quello di ritrovare e valorizzare la dimensione “narrante” che ha sempre caratterizzato da un lato il “cantautore” e dall’altro lo “stand up comedian”, ricreando quel connubio particolare di canzoni e monologhi capace di generare un contesto di comunicazione emozionale oggi sempre più usato anche nei “reading” letterari.

Ma al di là di come e quanto possa essere allargato il contesto del progetto, per capirne il senso e la portata dobbiamo restare sulla sua concezione originaria. Il cantautore e il comedian hanno una matrice comune. Entrambi trovano infatti nell’ osservazione e nell’analisi critica sulle cose del mondo il punto di partenza del loro dire, che poi si diversifica nel linguaggio adottato per esprimere il proprio punto di vista: la forma canzone, tipica del primo, e il monologo, caratteristica del secondo. Se a questa diversità di forma aggiungiamo la variante espressiva legata all’indole personale del singolo artista (prima su tutto la naturale predisposizione al linguaggio ironico, comico – umoristico e satirico), possiamo comprendere la genesi dello straordinario e vitale panorama di linguaggi e di modi che ha preso vita e che va dalla riflessione legata alla poesia e alla rabbia (resa manifesta come protesta, accusa e denuncia ) al pensiero coniugato al sorriso (sia esso satirico, ironico o più semplicemente comico – umoristico).

Distinguiamo quindi tra la forma e il contenuto, cercando di evitare per quanto possibile la contrapposizione non lecita tra “serio” e “comico” (cosa che potrebbe apparire semplice e naturale) perché questa presunta antitesi “serio – comico” contiene un errore di fondo: la comicità infatti – quando non è cialtroneria - è una cosa seria, molte volte più seria di certa seriosità che, quando non è sobria tende a sfociare nel retorico se non addirittura nel ridicolo.

Non è questo il momento di soffermarsi più di tanto su questioni semantiche che mi riservo di approfondire in appositi dibattiti; mi preme soprattutto tornare al tema del “racconto”, vero nocciolo unificante di questo progetto artistico e culturale.

Il monologo e la canzone sono forme di narrazione che si sposano benissimo, sia che vengano utilizzate da persone differenti come strumento di comunicazione sia che rappresentino il “doppio linguaggio” utilizzato da un unico artista; Musicomedians studia logicamente e storicamente questo binomio e lo presenta sul palco proponendo contemporaneamente, nell’ambito della stessa performance, cantautori e monologhisti puri, ma anche dando spazio agli artisti ibridi, arrivando a generare così una sorta di teatro canzone collettivo.

Una cosa va precisata a proposito del teatro canzone: esso non rappresenta l’unico ibrido possibile tra le forme “pure” del cantautore e del monologhista; ve ne sono altri che vanno analizzati e catalogati (e il dibattito futuro ci aiuterà a definirne la casistica) quali per esempio, la canzone umoristica (coltivata tra l’altro da artisti straordinari come Fabrizio De Andrè, Francesco Guccini e Rino Gaetano) e quello che per ora definiamo con terminologia impropria il “cabaret musicale”, autentico laboratorio di sperimentazione che ha contaminato la parola e la musica in mille modi diversi (basti pensare a Freak Antoni, a Elio e le Storie Tese o alla Banda Osiris).Per ora, in attesa di opportune tavole rotonde, tutte queste forme le abbiamo classificate nel loro insieme con il termine tolkieniano di “terre di mezzo”. Il progetto MUSICOMEDIANS sonda e propone quindi sia il connubio tra i linguaggi (il monologo e la canzone d’autore) che le loro contaminazioni (tra cui per esempio: teatro canzone, canzone umoristica e cabaret musicale)

Possiamo quindi dire in conclusione, volendo dare una definizione il più possibile esaustiva di questa iniziativa, che il progetto “Musicomedians” sonda e propone sia il connubio tra i linguaggi (il monologo e la canzone d’autore) che le loro contaminazioni (per ora catalogate in teatro canzone, canzone umoristica e cabaret musicale).

Prima di concludere: cosa significa o cosa vuole significare il termine “Musicomedians”? Ci troviamo di fronte a un neologismo facilmente intuibile e interpretabile; questa “parola nuova” è costruita combinando due termini: MUSICA + COMEDIANS.

MUSICOMEDIANS ha un doppio significato; da un lato sta a indicare quella categoria di artisti che riuniscono nella loro figura le caratteristiche del MUSICISTA e del COMEDIAN. I musicomedians sono quindi i comedians che fanno musica o i musicisti – entertainers; dall’altro suggerisce il connubio tra chi canta e chi parla, tra canzone e teatro comico e satirico, consacrando così l’affinità emotiva tra cantautori e comedians.

Riuniti in un unico momento di spettacolo cantautori e comedians danno vita ad una performance variegata e vivace, un succedersi di emozioni diverse sotto il segno del pensiero vivo.

Ma non c’è solo il palco: Musicomedians, vuole anche essere un ambito ideale di confronto e oltre a essere un momento di spettacolo insolito che si scrolla di dosso la ruggine di vecchi pregiudizi e il peso di barriere artistiche obsolete, intende aprirsi come “dimensione d’ascolto”, cioè come uno spazio in grado di ospitare la discussione sui temi che gli fanno da sfondo e che vanno dal recupero storico – culturale fino all’attualità e alla sperimentazione e proiezione future.

L’obiettivo del progetto è quello di creare un punto di incontro tra i maestri e gli allievi, tra le generazioni che sono state pioniere del genere fino ai nuovi discepoli di oggi; il fulcro essenziale per una serie di attività aperte a tutti gli artisti che si riconoscono nel genere e che hanno voglia di condividere momenti di vera controcultura.